Al fuoco

Tengo sulla punta dell’esofago l’istante preciso in cui la Terra ha cominciato a scricchiolare sotto i suoi passi, mentre l’aria si faceva sempre più calda e lo stomaco mi risaliva in gola dalle viscere. Camminava su un pavimento di cristallo sospeso poco più su del cemento crepato, dove trovavano invece posto i miei passi. Le piante decoravano i muri ingoiando gli intonaci e respirando l’amianto, salivano verso i lucernari, trovando appigli a noi impossibili, coprendo i dipinti a tempera sulle pareti, le nostre manate dell’ottantanove, rosse e minuscole, che testimoniavano i giorni di festa. Avrei preferito una sigaretta rubata in qualsiasi luogo, qualsiasi vicolo cieco, qualsiasi buco che non fosse quello triste dell’infanzia.
Le api costruiscono i propri alveari in maniera estremamente razionale: lo spazio tra l’interasse di un favo e quello dell’altro è identico, le cellette hanno medesima forma, inclinazione e dimensione. Villa Margaret dei bimbi poverelli si innestava come una marza di pesco morta su un promontorio di roccia, lontana dalla città, abbastanza in là da non vederci passare anima che potesse ascoltarne le urla. Urlava ancora, spettrale e deserta, nel vento di tramontana.
“Lo senti anche tu?” – Sentivo, sentivo il rumore sottile di sciame che si levava di poco fuori della veranda con gli archi liberty e i fiori scolpiti nel finto marmo, mentre un apide sfuggita al gruppo si posava sullo zigomo di lei che si voltava, punteggiandole il viso.
Le volte avevano cominciato a intonare un canto di prefica, un lamento, un tormento e ne conoscevo le voci, ne distinguevo gli accenti. Dalla vetrata piombata che aveva perso qualche frammento, entravano fasci di luce sacra che ci inondavano le labbra e spicchi di pioggia secca, ricca di sabbia.
Vidi le fiamme alzarsi dentro la tempesta e dagli occhi del Cristo crocifisso di sopra, nella cappella.
La Terra ha cominciato a scricchiolare, sotto i suoi occhi spauriti e al contempo eccitati dentro un batter d’ali e di membrane e io nella mia gabbia esagonale non potevo che provare un’insaziabile, inguaribile, incurabile ed estrema meraviglia: “Al Fuoco! Al Fuoco! Al Fuoco!”.
Gridammo nell’abbraccio che ci strinse.
Il fumo dei ricordi si levava alto e villa Margaret non fu nient’altro, per un attimo, che marza secca, un alveare pazzo, pazzo, pazzo di detriti eretto sopra il mare e pure adesso non ne resta che un sottile ed imperterrito sciamare di fantasmi, il dondolare cupo di quell’altalena, le nostre foto di bambini abbandonati e un grande ospizio a cinque stelle, ignifugo, di fronte al temporale.

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1.3

Lascia che le onde ancora si alzino
dentro il tepore di un mattino lungo
e gli occhi vitrei parlino superstiziosi
di coincidenze e d’astri che si spostano

In attesa di ristabilire una connessione/
In attesa di ristabilire una confessione;

Un credo unico, elitario, in molti dei
del caso e della noia, è un inno al Tedio:
Amor che grida e mai sussurra, sfonda
(le gote i fianchi i seni il petto la mia bocca)
con questa voce bassa rauca che ti canto
– che è la tua stessa radichetta spettro –
affonda nella terra la parola sacra, la parola
lascia che muova l’anima alla vita,
lascia che viva.

Lascia che le onde ancora si alzino
dentro il torpore di un silenzio lungo
e i versi liquidi che sgorghino gemendo
/di sfioramenti e di arti che s’annodano/

In attesa di ristabilire una connessione;
In attesa di ristabilire una connessione.

Gnec Gnec; Cric Cric

“Vedi cara, certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire. Vedi cara certi giorni sono un anno, certe frasi sono un niente che non serve più sentire. Vedi cara le stagioni ed i sorrisi son denari che van spesi con dovuta proprietà. Vedi cara è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già”

– Francesco Guccini

Eva mi dà un pugno sulla spalla, sei senza speranza, mi dice, beve un succo diuretico, così ti arrestano, te lo dico io come vanno le cose, minimo minimo ti arriva una bella denuncia. Questa casa è troppo stretta, si tocca il soffitto con la testa, fa male svegliarsi al mattino e beccare la trave col cranio, andare a pisciare e ancora un’altra craniata. Questa casa è troppo piccola, è un corridoio a due piani e due stanze e due bagni e due sedie e io ed Eva. La vestaglia di seta le svolazza attorno alle cosce mentre chiude le persiane e il sole alle sette di sera le illumina di rosso la pelle chiarissima. Quando è che lo apriamo questo dannato bordello, E’? Ci facciamo su i soldi e poi saremmo un signor bordello, uno di quelli in cui la gente fa la fila per venire a lavorare e non il contrario. Guardati, sei una matrona nata tu, io sto alla cassa. Mi dà un altro pugno, stavolta in pancia, più forte e quasi rigurgito le viscere molli, mi cade di mano la sigaretta accesa e arriva dritta dritta sul tappeto di tela. Un buco si fa spazio nel tessuto e lo divora finché c’è aria.

Non c’è più aria qui dentro, non si respira. Questa casa è troppo stretta, è aderente, mi segna le curve. Domani non ci andare, mi dice Eva, sta’ a sentire quello che ti dico una volta, non ci andare fin lì, piuttosto passa da lavoro quando stacco e ci facciamo un giro, passiamo da Nico e ci facciamo un giro.
Lecco la cartina e chiudo tutto, passami l’accendino, le dico, e smettila, aspiro una boccata di fumo e lo soffio via in faccia a Eva, poi sputo nel posacenere a forma di foglia sul comodino. Dalla porta di ingresso che dà sul ballatoio entra il cane dei vicini e comincia a leccarmi il ginocchio come se fosse un gelato per cani, tiene sempre la testa piegata da un lato, con un’espressione perplessa, gli fumo sul muso e il vicino lo chiama alla cuccia gridando. Faccio gli onori di casa e lo accompagno alla porta, saluto il vicino e chiudo a doppia mandata. C’è da buttare la spazzatura, passo tra i sacchi cercando di non rovesciarli, attraverso la cucina, dal lavandino vien fuori puzza di morto e crocchette per gatti, torno in camera da Eva e la trovo nuda in un angolo. Il cavalletto è posizionato sulla linea retta che le parte dall’ombelico e attraversa la stanza in diagonale.
Modalità autoscatto.
Che caldo che fa, non si respira, questa casa è troppo piccola. Succede che mi prende la voglia di scappare, mi prende spesso, allora lascio Eva in un angolo a viziare il suo ego, ha i capezzoli più grandi che io abbia mai visto. Faccio due passi, spengo la cicca nel piatto coi resti del pranzo di ieri e corro di nuovo alla porta, la apro e mi precipito giù per le scale col cane che mi abbaia da sopra, tolgo la catena alla bici e mi metto a pedalare verso il parco, verso il fiume.
Torino è una massa densa e fumosa, ricoperta da un velo elettrico incandescente e nera agli angoli, negli anfratti in cui vado a nascondermi e a piangere, dal ponte si sente la voglia del salto, ma passo, passo anche stavolta, sarà per il prossimo anno, tanto io sto già morendo e suicidarsi è mainstream, pedalo, pedalo fortissimo su per la collina, mi fermo in cima e resto a guardare le luci che si accendono finché non fa buio, due o tre ore di fila a guardare le luci e svuotare  l’anima che non esiste, poi via, scappo anche dal colle e via, sfilo fischiando di fronte alle ville di gente così distante, così lontana, compongo a mente una poesia per la luna che brilla nel cielo sul Monte dei Cappuccini, la compongo e poi rinnego ogni singolo verso, stronzate!, compongo un verso alla strada bucata che mi riporta a casa, che mi fa pedalare dritto verso casa e superare ancora il fluidiforme fiume, butto anche quello, sciocchezze, il semaforo su corso Massimo è rosso e ci sono esattamente tre vie tra qui e casa mia, passo col rosso, casa mia, la mia mansarda piovosa, essiccatoio estivo, piccionaia.
Succede che domani arriva ed è oggi, Eva è uscita di casa all’alba per andare a lavorare, così che non è riuscita, non ce l’ha fatta a fermarmi e poi lei davvero non mi ferma, non può. Su uno dei pannelli del cantiere aperto a Porta nuova, spicca un foglio giallo, c’è scritto Dio Bocca di Rosa con te se ne parte la Primavera, firmato la Fiera Prostituzione, do uno spicciolo di ramino a un ragazzo che suona la fisarmonica malissimo, con lui se ne parte la primavera e anche con me, col treno che mi prende e mi scarrozza sui binari lunghi lunghi e mi scarrozza mentre fuori scorre la tristezza piemontese così cortese, così falsa, così grigia e poi soleggiata e poi di nuovo grigia, che non ci si capisce più nulla, non mi ci ambiento qui, in questo posto del mondo, in cui i cereali danno dozzine di tonnellate per ettaro, io vengo dalla fame e dalla primavera, come quel foglio appeso, scorre il Piemonte col treno, o sono io che scorro mentre tutto resta perfettamente al suo posto, mentre nulla si muove ed è solo il colore a spostarsi nell’acqua nelle mie tempie, e non so più cosa pensare, cosa penso, è tutto sovrapposto dentro la mia testa e sempre è sempre stato tutto sovrapposto così che io scappo e non ci sono più, non scorro.
Faccio a pezzi il biglietto dal nervoso mentre lascio il vagone alle spalle, la intravedo sulla banchina guardando attraverso i finestrini del treno interposto tra me e lei. Sento la voce di Eva che mi dice di tornare indietro e di non impelagarmi in altre fesserie, in altre storielle del cavolo. Il treno si sposta, avanza verso la Francia, supererà le montagne e io resterò esattamente al mio posto, inchiodato al pavimento in cemento. Mi ha visto, solleva il mento con una mossa veloce e lo riporta dov’era un attimo prima, come a dire hai un gran dito ma ti vedo comunque, si porta alle labbra la sigaretta e tiene un piede sollevato, con il quale preme contro la colonna dietro e si dondola in maniera impercettibile. Faccio il sottopassaggio, ciao, mi dice, abbiamo tempo fino alle tre e mezzo, mi dice, andiamo a piedi o in autobus, a piedi, o in autobus, a piedi. Non dico nulla, giro una sigaretta in silenzio e ascolto il suono che fa la sua gonna col vento. La seguo lungo tutta Via Roma, la denominazione urbanistica più banale e più fascia d’Italia, ci fermiamo in un posto a mangiare. Cara mi guarda e mi chiede “contami i soldi, offro io, ma contali tu”. Mi mette tra le mani il borsellino e conto le monete una ad una con le dite unte e zozze e dico dai paga che andiamo.
Superiamo a trotto lento un ponticello sopra a una distesa ciottolosa con un filo azzurro in mezzo che la spacca e una capanna al bordo di lamiera. Mi porta a una villetta a schiera e dice passa inosservato, entriamo in un appartamento troppo spento. Cara si muove come una randagia da una parte all’altra del salotto e mi offre un bicchier d’acqua, mia madre è andata via da qua, si era stancata, dice, un giorno ha preso le sue cose e ha detto me ne vado a Londra e ciao, arrivederci, sbrigatela tu e bada a tuo padre, lui è di turno adesso, torna più tardi, lei sarà qui tra un mese o due. Dalla porta-finestra che dà sul balcone ci raggiunge un gatto bianco e mi si struscia addosso, facendo l’otto attorno alle caviglie e miagolando languido. Mi chino per provare a carezzarlo, gattino, gli dico con la vocina, gattino bello, e guizza neanche fosse un pesce e si appiattisce sotto a un mobile. Cara nel mentre ha in braccio l’altro gatto e dice vieni qui che andiamo, e andiamo nella sua stanzetta da bambina con il letto a castello, accende le candele profumate come fossimo dentro a un film porno antico, o dentro a una pellicola per madri casalinghe, accende le candele profumate e fa partire anche la musica, che però è buona, che si salva, che mi salva.
Che ci sto a fare io qua le dico ad alta voce, tenendomi sull’uscio della stanza, e seriamente cosa ci sto a fare e cosa abbiamo noi da dirci di importante, cos’è che tu vuoi fare esattamente, che cosa mi hai invitato a fare a casa tua, che neanche mi conosci e cosa accendi le candele profumate, com’è che hai scelto di chiamare il gatto, che cosa odi e cosa adori fare, non so neanche quale è il tuo cognome, che cosa ci sto a fare io qua le dico e intanto ho fatto un passo avanti e un altro, che cosa ci sto a fare qua le dico e poi la bacio.
Andrea è tornato, annuncia Eva ai commensali raccolti attorno al tavolo sotto la scala di legno che porta al mio soppalco torrido. Lo annuncia saltando sulla sedia e spalancando le braccia come fosse una presentatrice del circo dei fenomeni, dico ciaociao con la manina e faccio per salire e andare a dormire, ma non me lo permettono. “Andrea oggi si becca una bella denuncia per pedofilia” ride Eva indicandomi e gli altri fanno il coro, ha spifferato tutto. Ha diciassette anni dico, è vaccinata. C’è Nico che smista e divide, Giorgio che lecca il piatto e si macchia la maglia, Nicole che tenta di staccarsi una mano giocando col coltello e facendoselo piombare negli spazi tra le dita. Afferro lo sgabello di legno e mi siedo con loro approfittando degli avanzi che Nicole mi spiattella dentro a un piatto.
Questa casa è troppo stretta, si tocca il soffitto con la testa e quando ci sono ospiti non si respira. Una nuvola di fumo denso fuoriesce dalla bocca di Nico e mi investe mentre ingurgito l’ultima forchettata di pasta, prendo a tossire e vaffanculo, tossisco, è buona ma sto mangiando cacchio, dai passala.
Le piastrelle e i fornelli sono piene di schizzi di sugo e olio che pare un quadro di Pollock lo scolatore seriale e la pila di piatti e stoviglie è Duchamp che si diverte in cucina e la spazzatura in fila all’ingresso è nostra, è soltanto nostra. Pensa quando saremo vecchi, dice a un tratto Giorgio guardandoci tutti in un giro di occhiate e occhiolini, pensa quando saremo vecchi come saremo, ti farai ancora le canne tu Nico? Eh?, Eva vedi di andarti a vestire Eva, che cazzo, hai settant’anni, un poco di decenza, un poco, non dico tanto eh, Andrea! Oh Andrea, sei qua? Hai già la demenza, orco il demonio, orco, Nico-o-o-ole? Neh Nicole non ci arriva alla vecchiaia, scema com’è la ammazzano prima!
Eva butta giù qualcosa con un sorso e caccia tutti incazzata per l’uscita poco filosofica di Giorgio, li caccia davvero, mica per gioco, dice andatevene adesso ché avete già rotto abbastanza e qui si sta stretti e fa caldo e guarda quanto fumo, che cappa, quanti piatti, Madonna andatevene.
Restiamo io e lei, io ed Eva. Eva si annoda la vestaglia attorno alla vita e mi dice cosa guardi tu, cosa guardi. Io non dico più niente, per oggi ho già detto abbastanza, ho già fatto abbastanza. Come è andata, mi chiede, io annuisco mh mh, tutto bene e sono stanco, le faccio intendere, salgo a dormire.
I gradini della scala di legno scricchiolano a ogni passo e scricchiolo pure io, è tutto uno gnec gnec cric cric dentro di Andrea, di me, ché sono Andrea, e gnec gnec mi spoglio piano piano mentre mi fissa torvo un manifesto studentesco, un manifesto studentesco, un manifesto. Guardo la minuscola fotografia che ho dei miei incorniciata e penso al numero trenta: questa casa è minuscola, si tocca il tetto con la testa, io sono stanco. La faccia di Cara mi appare attraverso lo specchio e mi chiede ancora “Fai con tutti così?” e finalmente ho il coraggio di dirle di sì, già, è con tutti così. Le dico anche, col dentifricio che mi cola sopra il mento, Cara tu adesso ti convincerai che mi ami e mi adori e mi tormenterai con le storie nella tua testa, ma bada bene, è per tutti così, hai ragione.
Prendo la mia pillolina serale per non sentire il dolore e ho la solita sensazione di soffocamento. A-A-Ah. A-A-Ah. A-A-Ah.
“Arriva l’Onda” dice il manifesto, arriva arriva l’Onda e poi scompare. Posso vedere il futuro, sai Cara, anche tu un giorno lo vedrai, ora, ora sei troppo piccola, dico. Mi stendo e il letto cigola, scricchiola, fa gnec gnec cric cric e si rompe una doga. Arriva arriva l’Onda, sto morendo Cara, davvero, mica per gioco. Anzi sì per gioco, sono un puzzle e sto perdendo i pezzi, se li trovi fammi un fischio, io intanto sbeng, sto morendo.
Succede che domani arriva ed è oggi e tu Cara hai un’altra vita e nemmeno ti ricordi, mi dai il culo pure oggi, ma non lo fai a posta, non te ne accorgi, mi dai il culo e niente, io lo guardo e non lo posso toccare e vivo nel passato Cara, per quello ti dico, faccio con tutti così, sì, io non esisto nel presente, se vuoi domani cercami e mi troverai allo ieri, che Caldo! Questa casa è troppo stretta, è troppo piccola, è minuscola, non si respira, non si respira. Eva dorme, di sotto, che caldo dice nel sonno.
La lavatrice dà gli ultimi colpi di anca a ritmo di valzer e anche stanotte i panni rimarranno dentro per sapere al mattino di muffa, succede che domani arriva ed Eva chi lo sa dov’è finita, quella casa era troppo piccola, troppo stretta, minuscola, e fa sempre un caldo che mamma mia qui a Torino, che si dorme nudi e ci si sfiora soli, col ventilatore che fa gnec gnec cric cric e rigira l’aria come una frittata storta, si sentono le serrande dei bar di via Po che non vogliono aprirsi e sono le tue gambe lunghe lunghe, sento girare la chiave nella toppa della serratura, qualcuno entra con le buste della spesa e dice che caldo, non si respira, sì davvero, fa caldissimo, non si respira, cosa ti preparo mi chiede, le dico amore non ho fame adesso, dopo, Cara lo vedi come gira il mondo, e il ventilatore è sempre lì che fa lo stesso verso, come me, che giro e non mi sposto, e tu che dici non cercarmi, e la porta che dice non cercarmi, e la tele che dice non provarci, e la tenda che dice non provarci, e l’armadio che dice non andarci, e che caldo, amore è ora di pranzo, arrivo, arrivo, arrivo, mi alzo e vado e Cara vedi come mi hai ridotto, a cosa pensi, a niente amore mio, mangiamo o no, mi è presa fame, e la forchetta dentro il piatto fa gnec gnec, il frigo fa cric cric e io sto morendo, io sto morendo, ma che caldo che fa, e questa bara è troppo piccola e io sto morendo.

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Artwork by Elisa C. G. Camurati:  www.keminthemiddle.tumblr.com

Polaroid Visual Poetry #1

cane-magro

Scrivo da cani, abbaio divinamente e sono bionda. Tutto coincide fuorché la magrezza, quella no, è una burla. Una certa magrezza in verità esiste, ma trattasi di magrezza diversa da quella che appare o, come nel mio caso, che non appare.
Da qualche giorno ho ricominciato a smanettare con un apparecchio a me caro, che mi ricorda un bel periodo del passato, periodo in cui gironzolavo libera nello studio di un meritevole fotoreporter (Marcello Carrozzo, un maestro).
L’apparecchio in questione è una piccola stampante polaroid POGO dal colore osceno – rosa perlato – , rumorosa e facile al surriscaldamento.
Le foto ottenute sono materialmente diverse dalle classiche istantanee rigide e dal bordo bianco, somigliano piuttosto a delle figurine Panini e, come queste, sono dotate di adesivo.
La cosa interessante sta nella tecnologia alla base della stampa, che non prevede l’utilizzo di inchiostro, bensì sfrutta il calore per attivare i pigmenti colorati presenti a strati sulla carta.
Ancora più interessante è la possibilità di prendere questi strati e – spatatrac splash splat! -separarli con varie tecniche, usando dal fuoco all’acqua e tutti gli elementi, per ottenere foto artistiche che nulla più conservano della stampa in bassa qualità iniziale.
Per questa con il cane ho usato ad esempio due foto diverse, sovrapponendone gli strati.
Tralasciando i tecnicismi e tornando al principio del post, ho ricominciato a usare il mio catorcio di polaroid e ho pensato di deturpare ancora di più le foto incollandoci sopra parole a caso.
Adesso basta scrivere cose futili e spiegarne altre ben visibili, torno alla mia nevrastenia.