Polaroid Visual Poetry #1

cane-magro

Scrivo da cani, abbaio divinamente e sono bionda. Tutto coincide fuorché la magrezza, quella no, è una burla. Una certa magrezza in verità esiste, ma trattasi di magrezza diversa da quella che appare o, come nel mio caso, che non appare.
Da qualche giorno ho ricominciato a smanettare con un apparecchio a me caro, che mi ricorda un bel periodo del passato, periodo in cui gironzolavo libera nello studio di un meritevole fotoreporter (Marcello Carrozzo, un maestro).
L’apparecchio in questione è una piccola stampante polaroid POGO dal colore osceno – rosa perlato – , rumorosa e facile al surriscaldamento.
Le foto ottenute sono materialmente diverse dalle classiche istantanee rigide e dal bordo bianco, somigliano piuttosto a delle figurine Panini e, come queste, sono dotate di adesivo.
La cosa interessante sta nella tecnologia alla base della stampa, che non prevede l’utilizzo di inchiostro, bensì sfrutta il calore per attivare i pigmenti colorati presenti a strati sulla carta.
Ancora più interessante è la possibilità di prendere questi strati e – spatatrac splash splat! -separarli con varie tecniche, usando dal fuoco all’acqua e tutti gli elementi, per ottenere foto artistiche che nulla più conservano della stampa in bassa qualità iniziale.
Per questa con il cane ho usato ad esempio due foto diverse, sovrapponendone gli strati.
Tralasciando i tecnicismi e tornando al principio del post, ho ricominciato a usare il mio catorcio di polaroid e ho pensato di deturpare ancora di più le foto incollandoci sopra parole a caso.
Adesso basta scrivere cose futili e spiegarne altre ben visibili, torno alla mia nevrastenia.

Ἀριάδνη, Ariádnē

E adesso con dieci anni di troppo
troppe le cose che potrei raccontare
manca lo spazio per inventarne di nuove
e manchi tu con gli occhi verdi inesperti
che aspetti ch’io mi inventi un’altra scusa
[per negarmi:
non posso più tenere il tempo tra le mani,
non c’è più niente qui da preservare,
niente che non sia già stato concesso (o dato)
e ti sei trasformato in mostro,
porti addosso tutto il peso delle storie
che hai sperato e avessi saputo avrei
negato qualsiasi incontro,  avrei negato
qualsiasi scontro;

ti ho salutato in silenzio.

Ho lasciato appese ancora due o tre parole
che ti facessero da filo di Arianna
possano un giorno, un anno, funzionare:
che possa tu salvarti dalla bestia infame
che a fondo ti trascina in questo labirinto
di vecchiaia, senza porte e senza possibilità.
Che ti facessero da filo di Arianna
e tu tornassi a prendermi da questa Nasso,
da questa isola in cui mi scordasti.